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Cape Cross

In Namibia alla scoperta di una ricca colonia di otarie

La vita difficile di un gruppo di otarie africane a Cape Cross, in Namibia. Tra fortune e sfortune alterne, questa è la colonia più numerosa del Sudafrica. Si trova in un'area naturale protetta.

Cape Cross, Namibia: quella che si può vedere ora è solo una copia della croce originaria. La croce di pietra. La cristianità che metteva piede in Africa entrando a Cape Cross. Il Portogallo che s’impossessava d’un territorio.

 

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L’esploratore Diego Cão che nel 1486 regalava al suo Paese un pezzetto d’Africa – la Namibia -  che fino al giorno prima non conosceva né la religione cristiana né la nazione portoghese. Un promontorio che prendeva così il nome da quella croce: Cape Cross, appunto.

 

Cape Cross e i suoi “ricchi” abitanti: le otarie

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Cape Cross diventò così un centro commerciale di una certa importanza. Non perché qui ci fossero chissà quali risorse. Mancava persino l’acqua. Però una ricchezza c’era. La ricchezza di Cape Cross erano le otarie. La più grande colonia di otarie del Sudafrica. Il che significava carni, pellicce e olio bell’e pronti per il commercio. E in grande quantità.

 

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La otarie furono una ricchezza che a Cape Cross venne sfruttata per lungo tempo. Ancora verso la fine del Milleottocento, nel piccolo insediamento che si era formato in questo angolo di Namibia lavorava e viveva un centinaio di persone. Per essere precisi: 104. Almeno a contare le lapidi del vecchio cimitero abbandonato. Le otarie fornivano lavoro abbondante. Nel primo anno da che si insediò la nuova “industria” furono esportate 2500 pelli di otarie. Gli affari andavano così bene che a Cape Cross venne addirittura costruita una strada ferrata. Dalle pianure saline fino al porto: 16 chilometri di binari.

 

La (s)fortuna di Cape Cross

Ma nei primi anni del ‘900 le cose cominciarono ad andar male a Cape Cross. Tutta colpa degli affari che andavano troppo bene. Più gli affari andavano bene, più le otarie diminuivano. Finché il commercio di carni, pelli e olio non fu abbandonato. In seguito, col passare del tempo, la colonia di foche di Cape Cross cominciò a ripopolarsi. Sempre con vicende alterne. Nel 1993 si contarono all’incirca 250 mila otarie. Ma bastò un anno sfortunato a ridurre di nuovo i ranghi della colonia.

 

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A colpire stavolta non è stata la caccia dell’uomo – che pure non si è arreso, trattandosi di pelli sempre molto ricercate – bensì la cosiddetta “marea rossa”. Una quantità esorbitante di alghe che cresce accanto alla costa alzando i livelli di tossine nell’acqua e facendo letteralmente scappare i pesci. Togliendo cioè alle otarie il cibo di bocca. E causando grossi danni: nel 1994 la colonia arrivò a contare solo 25 mila esemplari. Una vita difficile, quella delle foche di Cape Cross. Fortuna che almeno la “marea rossa” arriva una volta ogni trent’anni.

 

Cape Cross oggi

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Oggi Cape Cross è un’area naturale protetta, in cui però le autorità namibiane consentono la caccia all’otaria in alcuni periodi per contenere il numero della colonia: ogni anno queste otarie mangiano milioni di tonnellate di pesce, per fortuna trasportato in abbondanza sulle coste di Cape Cross dalla corrente del Benguela.

 

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