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Continua il viaggio di Carlo Alberto Cavallo sul fiume Mekong. Questa volta ci porta sull’Isola della Fenice: un’esperienza che Carlo Alberto definisce surreale, o meglio surrealistica. Scopriamo dunque il suo punto di vista sull’Isola della Fenice e sul Monaco del cocco; ecco le sue parole:

Confesso che all’inizio l’ho vista solo come attrazione mangia-turisti. Condita con la storia, un po’ banale, di un Monaco che predicava il “siamo tutti uguali, volemose bene”. Lui, ex studioso di fisica e chimica in Francia, poi tornato su queste sponde, sposo, padre e poi monaco, predicator di pace, contornato, si dice, da nove giovani donne, ovviamente nude.

Ma il conto non mi tornava.
C’è qualcosa di surreale in questo posto, anzi di surrealistico.

Il Monaco del Cocco mette insieme Dio e Buddha, svastiche e la Madonna. Come nel Caodaismo, che impera da queste parti: venera santi, o spiriti guida, tra i più diversi: Krishna, Mosé, Confucio, Gesù, Buddha, Maometto, per arrivare fino a Giovanna d’Arco, Victor Hugo e William Shakespeare. “Objet trouvé”, appunto, come nella miglior tradizione del surrealismo.

E poi perché si chiama isola della fenice?

“Con Phung” (il nome dell’isola). “Con” (mi ci gioco la braghetta) viene da Hō-ō 鳳凰 , fenice in Cina e Giappone, uno dei quattro guardiani celesti. È simbolo di virtuosità, diversamente dalla nostra versione mediterranea in cui è simbolo di rinascita. Ma soprattutto simbolo di pace quando appare, e simbolo di disarmonia quando scompare, tanto che quando si combina con il dragone, ci fa l’amore ma anche la guerra.
Anche in questo caso opposti giustapposti.

Ne consegue la musica di Erik Satie, benché rivisitata da Buddha Bar. Perché Erik Satie è considerato (insieme a Kurt Weill) compositore surrealista (fu ispirandosi a lui che Apollinaire coniò il termine surrealista).