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Vecchie carcasse intrappolate in un mare di sabbia nel deserto della Namibia. È la Skeleton Coast

Namibia: sembrano vecchie balene venute a morire sulla sabbia. Le vedi e pensi che le ultime ore di vita devono essere state agonia pura. Sotto un sole cocente, capace di arrivare anche a 80 gradi di giorno. Un mare violento capace di ostacolare il cammino – il nuoto – a pesci di qualsiasi dimensione. Un vento perenne che soffia sempre verso la stessa direzione, e non è mai la direzione giusta. Qui, in Namibia. Nella Skeleton Coast.

E poi tutta quella sabbia che rode i contorni e lavora i fianchi inesorabilmente. Come una tortura stillata goccia a goccia. Sono vecchie balene arrugginite quelle che si trovano lungo la Skeleton Coast. Quel che le salva, anzi quel che ti salva dall’immaginare un’agonia di dolore è che la ruggine è vera. Cioè: intrappolate sulla sabbia non ci sono carcasse di balene, ma di navi. La Skeleton Coast: uno di quei posti da cui non sai se ne esci vivo.

Foto di vecchie carcasse di nave lungo la Skeleton Coast

Namibia. La costa del deserto

I portoghesi, che con il mare ci sapevano fare e hanno navigato in tutto il mondo, chiamavano questa fascia costiera del deserto del Namib la “spiaggia dell’inferno”. L’unica regola per sfuggire il rischio di rimanere incastrati tra acqua e costa era, semplicemente, non passare da queste parti. Né via mare, né via terra. Una regola che vale tutt’oggi. Nel novero degli scheletri infatti si riconoscono vecchie caravelle, imbarcazioni ottocentesche, e anche una petroliera venuta qui a “morire” in Namibia  negli anni Ottanta.

Questa costa della Namibia è lunga 1600 chilometri. E a spaventare non era – è – solo il mare. Perché ammesso che qualcuno riuscisse a mettersi in salvo scendendo a terra, beh, quella che si trovava sotto i piedi non era proprio la terra più ospitale del mondo. Era deserto. Senza un filo d’acqua. Il limite di tempo massimo che l’uomo può trascorrere senza bere sono 36/48 ore. Poi si perde la lucidità. Qui cadono sì o no 25 millimetri di pioggia l’anno. E prima del 1893, anno del primo insediamento di Swakopmund, non esisteva persona umana per migliaia di chilometri di costa. Un nome infido del resto: Skeleton Coast.

Namibia: vento, tempeste e nebbie

Insomma, alla Skeleton Coast – in Namibia –  la natura si è pressa la rivincita sull’uomo. Ha tracciato confini invalicabili, servendosi delle migliori armi che ha a disposizione. Il vento forte, l’acqua gelida, le tempeste di sabbia, la corrente del Benguela, la nebbia fitta fitta (generata dall’incontro tra aria fredda del mare e caldo del deserto), le sabbie mobili… se la natura voleva dimostrare quant’è forte, qui c’è riuscita. Skeleton Coast, appunto.

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