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Durante il plenilunio di marzo nel sud dell’India, a Pondicherry, si assiste alla venuta degli dèi in città. È  la festa del Masi Magam

Le statue degli dèi – 64 in tutto – vengono da lontano, da villaggi sparsi oltre la foresta di palme e manghi. Sono portate da carri sbilenchi su ruote enormi, di legno, trainati  da mucche gobbute, indiane, o anche da carri a motore trasudanti di odore di benzina.

Un carro che trasporta la statua di un dio indiano

A volte l’arrivo dei carri è anticipato dalla processione dei fedeli vestiti col colore del dio in questione: rossi e arancio per il dio Siva, blu e nero per Visnù e musicanti  che suonano a ritmi ferocemente jazz, trombe lunghe, cacofoniche, sul sottofondo cadenzato altrettanto anodino delle tablas.

Gli strumenti musicali: tamburi piatti, gong, trombette, nacchere sono portate a braccia e sfilano lungo una strada loro preposta da più di mille anni per giungere ai bordi dell’Oceano.

Ragazzi indiani con gli strumenti musicali

Una processione interminabile, annunciata dal suono dei cimbali, dalle donne indemoniate vestite di sari colorati, dalle urla di gioia e dai petardi scoppiati dai ragazzini. Questi ultimi danzano un ballo scatenato, informe, come indemoniati, muovendo le anche in ondulazioni febbrili, volgari, sensuali.

I carri si sistemano sulla spiaggia in un ordine che non guarda la gerarchia divina ma quella umana: il carro che è stato portato per primo ha la precedenza.

E si scopre che Ganesh è posto vicino al fratello minore, che detesta, Murugan. Che Kali si trova a fianco alla Biancaneve del pantheon indù, Parvati. O che il tenebroso Visnù fiancheggi Ayannar il dio dei villaggi.

Milioni di pellegrini festanti accorrono percorrendo questo magma cosmico di indiani di tutte le taglie, colori, provenienze. In mezzo ci sono gli ambulanti che vendono giocattoli di plastica, vasi di ceramica cruda, immagini e santini, noci di cocco e lastre gelatinose di halva, il dolce indiano tipico delle feste.

Questa marea umana dalle tinte carnascialesche si muove come un’onda di teste nere, lucenti d’olio. Ci si spintona per procedere in un amalgama di corpi cercando solamente di non calpestare i bambini.

Arrivato sulla spiaggia esigua – uno stretto lembo di terra a colloquio col mare – ognuno cercherà il proprio lare familiare, per venerarlo con offerte, incensi, noci di cocco ghirlande di fiori, genuflettendosi per ogni divinità in modo diverso.

La festa si celebra quando si verifica una particolare congiunzione astrale, citata nei Veda, i sacri testi indù e nessun’altra data potrebbe sostituirla.

Gli dei del Masi Magam

Alle prime luci del mattino, le statue saranno immerse nel mare, come si fa in Camargue con la Vergine nera degli tzigani. Poi riemergeranno per essere poste sui rispettivi carri.

Il puja (il rituale) continua alla presenza dei bramini che, seduti a loto sulla spiaggia, celebrano riti ai fedeli che lo domandano.

I carri arrivano la notte, sfilando accompagnati da canti religiosi. Sono processioni quasi irreali, nel buio. Tagliano spicchi di luce proiettati dalle torce bagnate nell’olio che irradiano una messinscena di grande effetto. Sono scene da medioevo. Intense. Inarrestabili.

Si estinguono all’alba, quando i carri più lenti o che vengono da remoti villaggi  appaiono alle luci sbieche del mattino.

Durante il bagno lustrale degli dèi, i devoti indù entrano anch’essi nel mare, che tuttavia temono, per bagnarsi nelle stesse acque.  Pare che ciò porti fortuna e, sopratutto, faciliti, la morte, il raggiungimento della moksha, l’estinzione delle rinascite karmiche.

La cerimonia, per chi la presenzia, è portatrice di prosperità familiare e, ancor meglio, di shaktu, energia divina, salute.

La festa anche a Pondicherry, dove si ripete annualmente ha un suo fascino: nella memoria di chi assiste resta l’intermittenza delle torce vibranti, il clamore della strada, le processioni incessanti. Un che di fanatismo religioso misto a qualcosa di laico come solo l’India sa fare.

Le genti, tante, folle immaginabili. E uno stupore senza volto: il respiro di chi ha assistito alla venuta degli dèi in questo mondo.

Testo a cura di:

Professor Giulio Bregliano

Giulio Maria Bregliano vive a Pondicherry da diversi anni dove ha studiato e continua a studiare la lingua e la cultura tamil. Nato a Sanremo nel 1955, ha studiato hindi all’Ismeo di Milano. Si è laureato con una tesi sull’arte indiana a Genova. Di recente ha pubblicato un saggio antropologico dal titolo “Sesso, vita quotidiana e religione nel sud dell’India” per Tempesta editore. Organizza  viaggi per singoli e gruppi in India. Per contattarlo: [email protected]